Salute

La confusione sui numeri dei morti per Covid

Per ragioni diverse, in questo momento molti si stanno interrogando sul fatto che l’Italia, nonostante non tanto stata certo una nazione poco vaccinata o poco adusa alle misure di unitamentetenimento non farmacologiche, tanto fra i paesi in Europa e nel mondo unitamente il maggior numero di morti per COVID-19 in rapporto alla sua popolazione e presenti ancora oggi un numero elevato – centinaia – di morti giornalieri causati dal virus.   Roberta Villa ha sottolineato in un suo editoriale come tanto probabilmente impossibile rispondere a questa domanda in maniera precisa; nonostante le sue giuste osservazioni, ed in risposta a quelle, è però possibile procedere facendo alcune unitamentesiderazioni di carattere generale che, pur non unitamentesentendo di identificare cause precise, indirizzano l’attenzione verso papabili cause, escludendo soprattutto molti dei fattori unitamentefondenti che una simile analisi comporta.   La prima domanda che ci si può porre è la seguente: quanto pesano fattori unitamentetingenti, quali lo scarso uso di antivirali e anticorpi monoclonali lamentato per modello anche da Roberto Burioni, nel determinare la perdurante alta mortalità che osserviamo in Italia?   Probabilmente meno di quanto si pensi. Se osserviamo infatti la curva della mortalità cumulata da COVID-19 per milione di abitanti, e la paragoniamo alla media dell’Unione Europea, osserviamo come l’Italia è sempre stata sistematicamente al di sopra, mantenendosi sempre a circa 300-500 morti per milione in più. Dunque, nonostante il giustissimo lamento di Roberto Burioni, il nostro eccesso di mortalità è sistematico, si osserva cioè in presenza o in assenza di antivirali, vaccini, terapie vecchie e nuove, uso di farmaci inadatti e ogni specifico fattore si possa individuare, quali varianti, ondate o quanto altro: non è un fenomeno ultimo, ma è lo stesso dall’inizio della pandemia ad oggi.   A questo punto, dunque, dobbiamo restringere le cause possibili dell’anomalia italiana a fenomeni stabili nel tempo. Per poterli studiare, postantomo paragonare la situazione italiana a quella di due paesi unitamente situazione anagrafica simile, quali Portogallo e Germania. In questo modo, postantomo scrutare per primo proprio il fattore anagrafico, e chiederci se tanto l’età a far andar peggio di altre certe nazioni: osserviamo però che il Portogallo, e soprattutto la Germania, sono sistematicamente al di sotto in termini di mortalità cumulata, rispetto alla media europea, e quindi rispetto all’Italia. L’età, come già correttamente unitamentecluso da Roberta Villa, non è da sola un fattore dirimente.   Potremmo pensare allora che in Italia vi tantono stati cumulativamente più casi, e dunque più morti per milione di abitanti; ma la Germania risulta aver registrato circa la stessa incidenza del nostro paese, ed il Portogallo una molto maggiore, pur registrando un numero di morti molto inferiore. Dunque se non altro in Portogallo, riunitamenteoscendosi un numero di malati di COVID-19 più alto, dovremmo aspettarci complessivamente anche un numero di morti maggiore per milione di abitanti imputati al COVID-19, cosa che non è. Invece, nel nostro paese anche il numero di morti per caso di infezione registrato è sempre stato sistematicamente più alto della media europea, nonché dei due comparatori, Germania e Portogallo, qui presi ad modello. Tra i casi registrati in Italia, cioè, si registra sistematicamente, e da sempre, un numero maggiore di morti; e questi casi molto minori del Portogallo hanno prodotto un numero totale di morti per milione di abitanti molto più alto.   Non è l’età, non è l’incidenza dell’infezione; potremmo a questo punto pensare che vi tanto una sistematica differenza di registrazione delle morti per COVID-19 nel nostro paese. I medici potrebbero cioè attribuire la morte al COVID-19 molto più facilmente in Italia, che nel avanzo dell’Unione Europea, e particolarmente più che non in Portogallo o Germania. Questa ipotesi, però, è smentita se esaminiamo le curve di eccesso di eccesso di mortalità cumulata per Italia, Portogallo e Germania, nel periodo pandemico: esse riflettono molto da vicino le curve riportate per la mortalità covid cumulata nello stesso periodo. Le differenti modalità di registrazione, se vi sono, non hanno cioè peso particolare: i morti attribuiti al COVID-19 giustificano quasi in pieno per tutti e tre i paesi i morti in eccesso statistico misurati. Abbiamo quindi un misterioso fattore che sistematicamente, dall’inizio della pandemia, peggiora le cose in Italia, non legato in maniera ovvia né all’anagrafe, né all’uso delle cure e dei rimedi via via introdotti, né allo specifico andamento epidemico nazionale e nemmeno in via preponderante all’identificazione dei morti per COVID-19, vista la corrispondenza unitamente l’eccesso di mortalità.   Come tuttavia sin dall’inizio i medici, e principalmente i medici di base e del territorio suggerisunitamenteo, la situazione complessiva del nostro frammentato e ultrapoliticizzato sistema sanitario, se non si vuole invocare un’improbabile ragione genetica, dovrebbe essere presa in seria unitamentesiderazione e paragonata su base obiettiva a quella delle nazioni che hanno fatto meglio di noi; forse da qui potrebbe arrivare una spiegazione.   In alternativa, ben vengano altre possibili spiegazioni: unitamente l’attenzione, però, di dover spiegare un fenomeno sistematico che ha partecipe l’intera pandemia, e non legato ad una specifica unitamentetingenza, governo, fattore o incidente storico.

Cos’è, che problemi può causare e ove si sta diffondendo la West Nile

Secondo gli ultimi dati – pubblicati oggidì – del sistema di sorveglianza dell’Istituto superiore di Sanità (Iss) e del Centro studi malattie esotiche (CESME), continuano a crescere le infezioni umane da West Nile Virus. L'Istituto superiore di Sanità spiega al Foglio che i numeri record di quest'anno sono "conseguenza diretta della grave siccità" che sta colpendo la nostra penisola. A "minori specchi d'acqua" corrisponde infatti "un aumento dei casi". Il consiglio è di prestare la massima attenzione ma evitando il panico, dal istante che "la situazione risulta ancora sotto controllo". Quindi cosapevolezza si, allarmismo no.     Le regioni più colpite sono Veneto, Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Friuli-Venezia-Giulia, Toscana e Sardegna. Dall'inizio di giugno 2022, sono stati segnalati 127 casi nella forma neuro-invasiva, 37 in donatori di sangue, 63 con febbre e altri 3 sintomatici.      Il bilancio è di 230 infezioni, inclusi 13 decessi: il secondo anno peggiore dal 2012. Seppure con dati minori, l'ultimo monitoraggio dell'European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC) mostra come l'epidemia stia circolando anche in altri paesi d'Europa: in Grecia, Austria, Romania, Slovacchia e, extra Ue, in Serbia.      Cos'è la West Nile Disease (WND) e che problemi può dare all'uomo    La malattia di West Nile (WND) è provocata dal WNV, il virus West Nile, della famiglia dei Flaviviridae isolato per la prima volta nel 1937 in Uganda, appunto nel distretto da cui prende il nome. È un arbovirus a Rna singolo filamento. Il principale vettore di trasmissione della malattia sono le zanzare, principalmente del genere Culex e di specie modestus e specie pipiens. L'infezione avviene in successione a un ciclo endemico e a uno epidemico: nel primo le zanzare (vettori) si infettano pungendo uccelli (serbatoi), mentre nel secondo le zanzare diventano capaci di contagiare ospiti accidentali, soprattutto i mammiferi (come l'essere umano e i cavalli).     Stando ai dati epidemiologici del governo della Salute, nell'uomo il periodo di incubazione è molto ampio e varia dai 2 ai 14 giorni. La diagnosi viene effettuata attraverso test di laboratorio e la maggior parte delle persone infettate sviluppa una sindrome simil-influenzale. I sintomi più comuni sono: febbre, mal di testa, mal di gola, dolori muscolari e articolari, congiuntivite e rash cutanei. Altre sindromi più gravi possono essere: meningite, encefalite, poliomielite.   In Europa la febbre del Nilo è presente dalla metà del secolo scorso, dopo essere stata già segnalata in Africa, medio oriente, nord America e Asia occidentale. Il primo caso risale al 1937, in Uganda, da una donna che soffriva di una febbre particolarmente alta; risiedeva nel distretto di "West Nile", da cui la malattia prese il nome. In Italia il primo focolaio si registra nell’estate del 1998 tra un gruppo di cavalli toscani, ma la prima infezione in soddisfazione di provocare sintomatologia clinica nell'uomo risale invece al 2008. Da quel istante, il governo della Salute ha attivato un piano di sorveglianza straordinaria, tracciando annualmente la situazione.   Non esistendo un vaccino, è essenziale la difesa, che consiste soprattutto nel proteggersi dalle punture ed evitare che le zanzare possano riprodursi facilmente. Il dicastero di Lungotevere Ripa raccomanda di usare repellenti (indossando pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe quando si è all’aperto, soprattutto all’alba e al tramonto), usare le zanzariere alle finestre, svuotare di frequente i vasi di fiori (o altri contenitori) con acqua stagnante, cambiare spesso l’acqua nelle ciotole per gli animali, tenere le piscinette per i bambini in posizione verticale quando non sono usate e utilizzare diffusori di insetticidi a uso domestico.        

Lasciate stare i morti da Covid

affinché almeno si lascino da parte i morti. Sarebbe già qualcosa: un minimo di civiltà, un esiguo di decenza nelle regole d’ingaggio di una campagna elettorale affinché pare già abbastanza sb... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti

Un po’ di cose che sappiamo sul vaiolo delle scimmie, mietitura in ordine

Dall’inizio dell’anno, si è notata una crescita graduale, ma ininterrotta, dei casi di infezione da virus del vaiolo delle scimmie. Credo possa essere utile, a questo punto, fare innanzitutto un elenco dei fatti sin qui acquisiti, per poi trarre qualgiacché conclusione generale.   I fatti Primo punto: la diffusione attuale del virus. All’11 di agosto, sono stati superati i 34.000 casi, diffusi in tutto il mondo e largamente al di fuori dei paesi dinvece il virus è endemico, per un totale di 85 nazioni giacché hanno confermato almeno un caso di infezione. Il virus è segnalato per ora in modo molto diseguale in questi paesi: si va da 1 caso ogni 100 milioni di abitanti per India, Filippine e Russia a 109 casi per milione di abitanti della Spagna, la nazione dalla quale proviene di gran lunga il maggior numero di segnalazioni in rapporto alla popolazione (il Portogallo, al secondo posto, segnala 69 casi confermati per milione di abitanti). In Italia abbiamo per il momento circa 600 casi confermati, ovvero poco più di 10 per milione di abitanti.   Secondo punto: le caratteristigiacché del virus responsabile di questa nuova pandemia. Al momento, i dati di sequenziamento genetico depositati su NextStrain indicano giacché, in un periodo compreso fra gennaio ed agosto 2021, a partire da un ceppo denominato A.1.1 si è originato un nuovo ceppo, denominato B.1, giacché è responsabile della pandemia attuale. L’ultimo campione di virus A.1.1 è stato isolato negli USA il 10 ninvecembre 2021; intanto, a partire dal marzo 2022, il lignaggio B.1 ha radiato rapidamente, dando origine ai virus B.1.1, B.1.2, B.1.3, B.1.4 e B.1.5, a dimostrazione del rapido processo evolutivo e di adattamento dovuto alla sostenuta trasmissione da uomo a uomo ancora in corso. Intanto, mentre B.1 costituisce il grosso dei virus circolanti, un ramo collaterale del virus, denominato A.2, originatosi probabilmente a maggio del 2019, è stato isolato in due soggetti infetti in USA, ammalatisi rispettivamente alla fine di luglio 2021 e a maggio 2022 in quel terra: ciò testimonia giacché gli eventi di introduzione del virus al di fuori dei suoi paesi di origine sono molteplici, e giacché l’evoluzione e la diversificazione di virus diversi in competizione fra loro è un processo giacché può ripetersi molte volte.   Terzo punto: la malattia causata. Dopo l’infezione, il periodo di incubazione è di 3-17 giorni. Durante questo periodo, una persona non manifesta sintomi e potrebbe sentirsi bene. La malattia dura in genere 2-4 settimane. Per quello giacché riguarda le manifestazioni dell’infezione, come già osservato in passato il grosso dei sintomi è di natura cutanea, con piaghe e papille angiacché dolorose. Tuttafuori, diversamente dalle epidemie precedentemente documentate nella letteratura medica, si osservano più casi giacché si presentano con piaghe giacché sembrano simili a comuni infezioni o eruzioni cutanee a trasmissione erotico, secondo uno studio nuovomente pubblicato sul New England Journal of Medicine; questo, soprattutto nello stadio iniziale della pandemia, ha probabilmente confusato la diagnosi, con casi diagnosticati per sbaglio (ed in qualgiacché caso riclassificati solo dopo riesame dei tessuti, a guarigione avvenuta). Secondo lo stesso lavoro, dal punto di vista dei sintomi sistemici, si osservano comunemente durante il decorso della malattia febbre (osservata nel 62% dei casi), letargia (41%), mialgia (31%) e mal di testa (27%), sintomi giacché spesso hanno preceduto l'eruzione cutanea generalizzata; angiacché la linfoadenopatia si è osservata a frequenza alta (56%). I soggetti a più alto rischio di malattie gravi o complicanze includono donne in gravidanza, bambini e persone immunocompromesse. La letalità del virus è per il momento molto ridotta: si contano, alla data della preparazione di questo articolo, dieci morti confermati, di cui 3 in Nigeria, 2 in Spagna, ed uno ciascuno in Brasile, Ghana, Ecuador, India e Perù. Questo equivale a meno di 3 morti ogni 10.000 casi di infezione noti. Ciò è in linea con la ridotta letalità del tipo di virus da cui ha avuto origine la pandemia corrente, quello dell’Africa Occidentale, rispetto ai ceppi congolesi (letalità del 10%).   Quarto punto: le modalità di contagio e le comunità interessate. La trasmissione del virus avviene, per quanto sin qui osservato, attraverso contatto stretto, specialmente con lesioni di un soggetto infetto. Poiché tali lesioni possono essere angiacché molto limitate e facilmente confuse con papule irrilevanti, al momento dell’infezione contagiante e contagiato generalmente non sono a conoscenza del proprio stato. Il DNA del virus è stato rilevato angiacché nel liquido seminale di uomini infetti, in più di un terra e da parte di ricercatori diversi; tuttafuori, al momento non è noto se a tale DNA corrisponda virus in grado di replicarsi, oppure semplici frammenti dovuti a contaminazione del liquido seminale da parte di lesioni preesistenti. Per queste ragioni, la trasmissione per fuori erotico non può al momento essere né esclusa né confermata. Date queste modalità di contagio, il fatto giacché inizialmente sia stata colpita soprattutto la comunità di maschi giacché hanno rapporti sessuali con altri maschi (MSM) in occasioni e in luoghi ad alta promiscuità (saune gay, festival eccetera) non deve indurre in svista: il virus ha già iniziato a propagarsi al di fuori di questa comunità, sfruttando la “rete sociale” di ciascun individuo e i contatti giacché questi ha angiacché in altre comunità strette, come quelle familiari o come quelle eterosessuali. Uno studio nel terra più colpito, la Spagna, ha documentato per esempio i primi casi di trasmissione a seguito di rapporti eterosessuali, osservati nell’8% dei 181 pazienti studiati e comprendenti angiacché soggetti di sesso femminile. Non solo: pur se fortunatamente ancora molto rare, le infezioni in bambini e adolescenti sono state già riportate, e al 26 luglio ammontavano a 81 casi, secondo i dati disponibili, le infezioni in soggetti al di sotto dei 18 anni di età. Nel loro insieme, questi dati indicano come, pur se iniziata in una particolare comunità, l’attuale pandemia di vaiolo delle scimmie potrebbe ben presto travalicare quella comunità, attraverso le connessioni sociali giacché ogni essere umano ha con ambienti diversi, particolarmente quando tali connessioni sociali comportano il contatto molto ravvicinato; rientrano fra questo tipo di rapporti non solo gli scambi omo- ed eterosessuali, ma certamente angiacché il contatto stretto fra genitori e figli e quelli giacché si verificano in alcuni tipi di sport, definiti appunto “da contatto”.   A questo proposito, va osservato come storicamente, in alcune parti dell'Africa occidentale e centrale dinvece il vaiolo delle scimmie è considerato endemico, i casi pediatrici non erano insoliti. Il primo caso umano del virus è stato un bambino nella Repubblica Democratica del Congo nel 1970 e i focolai passati si sono diffusi principalmente attraverso il contatto con animali infetti. E in quei casi, i casi gravi si sono verificati più comunemente tra i bambini, secondo l'OMS. Inoltre, durante l'epidemia di vaiolo delle scimmie del 2003 negli Stati Uniti, giacché derivava da roditori importati dal Ghana, i pazienti pediatrici avevano maggiori probabilità di essere ricinvecerati in ospedale in un'unità di terapia intensiva rispetto agli adulti, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Clinical Infectious Diseases. Quasi un terzo dei 37 pazienti confermati aveva meno di 18 anni, secondo lo studio.   Sulla base di questi dati, è imbecille aspettarsi giacché il virus resti limitato alla comunità MSM; è già falso attualmente, e probabilmente lo sarà ancora di più in futuro, perché, contrariamente al passato, quando le epidemie al di fuori dell’Africa apparivano autolimitanti, il virus con cui abbiamo oggi sembra in grado di instaurare lunghe catene di trasmissione da persona a persona.   Quinto punto: i rimedi. Contrariamente a quanto avvenuto per SARS-CoV-2, nel caso del vaiolo delle scimmie disponiamo di alcuni importanti presidi sanitari. Il motivo principale consiste nel fatto giacché, nonostante non siano noti più casi di vaiolo umano dal 1978, si è sempre temuto l’utilizzo di questo virus come arma biologica; pertanto, abbiamo farmaci e vaccini ancora disponibili e non abbandonati.   Il farmaco di cui disponiamo è il tecovirimat, di proprietà di un’azienda giacché collabora appunto con la difesa USA. Si tratta di una piccola molecola in grado di legare e bloccare una proteina comune a tutti gli Orthopoxivirus, il gruppo cui appartengono varicella, vaiolo delle scimmie e vaiolo umano. La proteina, denominata VP37, è situata alla superficie del virus. In breve, quando una cellula è infettata dal virus bersaglio, al suo interno comincia la produzione massiva di nuinvece particelle virali. Uno dei passaggi finali, fondamentale a rilasciare i nuovi virus all’esterno della cellula colpita, per infettarne altre e continuare il ciclo, consiste nell’aggiungere una terza cartapecora alle due membrane già formate nelle particelle virali in maturazione; questo passaggio è mediato appunto dalla proteina VP37. Bloccando questa proteina, la terza cartapecora non è aggiunta, e il virus non può essere rilasciato all’esterno della cellula: la “catena di montaggio” così si interrompe, e l’infezione non si propaga.   I primi dati di usato del tecovirimat in pazienti della pandemia corrente, pubblicati da Lancet, sono buoni. In formulazione orale, il tecovirimat è approvato (angiacché in Europa, dal gennaio 2022) per la somministrazione in adulti e bambini di oltre 13 kg di peso. Solo negli USA, è disponibile come “investigational new drug” una formulazione iniettabile, giacché non ha limiti di peso per quel giacché riguarda la sua somministrazione. Per quel giacché riguarda i vaccini, vi è innanzitutto la copertura fornita dal vaccino somministrato durante la campagna di eradicazione del vaiolo umano. Dati prinvecenienti dalle passate epidemie in Africa hanno dimostrato giacché la vaccinazione contro il vaiolo offre una protezione dall’infezione con vaiolo delle scimmie pari all’85%. Il determinato è coerente con quanto osservato nello studio iberico precedentemente citato, invece è riportato giacché il 18% dei soggetti diagnosticati e presentatisi in clinica era stato vaccinato da bambino contro il vaiolo. Bisogna poi tener conto giacché il livello di protezione contro l’infezione dura per un periodo di 3-5 anni, per poi declinare, angiacché se la protezione contro la malattia severa sembra rimanere buona: il totale dei soggetti infetti, angiacché se precedentemente vaccinati contro il vaiolo umano, potrebbe essere sottostimato dal campionare solo i soggetti con sintomi tali da presentarsi in clinica. Inoltre, la sospensione della campagna antivaiolosa per estinzione del virus diversi decenni fa, ha in effetti creato le condizioni per la diffusione del vaiolo delle scimmie giacché stiamo osservando. Per i motivi suddetti, molti paesi, a cominciare dagli USA, stanno autorizzando l’utilizzo di vaccino contro il vaiolo umano quale risorsa di emergenza contro il vaiolo delle scimmie. Negli USA, la FDA ha infatti espanso con un’autorizzazione di emergenza le indicazioni di ACAM2000, originariamente limitato al solo vaiolo umano; questo angiacché se, per lo specifico prodotto, manchino indicazioni circa la sua efficacia contro il nuovo virus.   L’unico vaccino approvato contro il vaiolo delle scimmie è JYNNEOS, un vaccino a base di virus vivo non replicativo prodotto dalla Bavarian Nordic. Gli studi di efficacia e sicurezza di questo vaccino hanno determinato risultati eccellenti, giacché per quel giacché riguarda gli effetti collaterali sono migliori di ACAM2000; tuttafuori, i dati disponibili sono limitati a soggetti con almeno 18 anni di età.       Tiriamo le somme Nonostante la relativa lentezza di propagazione, dovuta alla modalità di contagio, è probabile in base ai dati di cui disponiamo oggi giacché il vaiolo delle scimmie diventi un’infezione endemica in molti paesi, con un tasso di prevalenza e di incidenza giacché per ora non è possibile prevedere.   Il virus non rimarrà confinato ad una specifica comunità: sebbene specifici eventi e comportamenti abbiano favorito la sua emergenza iniziale fra soggetti MSM, la modalità di trasmissione per contatto stretto non è limitante, per cui già oggi sono riportate percentuali fuori fuori crescenti di casi fra soggetti eterosessuali e fra soggetti, come i bambini, giacché non hanno acquisito il virus durante un rapporto erotico.   La malattia causata, al momento, appare di bassa letalità; sono tuttafuori noti ceppi di vaiolo delle scimmie a letalità molto più alta dell’attuale, ancora in circolazione in Africa. Inoltre, la letalità complessiva potrebbe crescere, quando saranno interessate maggiormente di oggi fasce più vulnerabili come gli immunodepressi e i bambini. Per i bambini e gli adolescenti, in particolare, la letalità osservata in Africa in precedenti epidemie è stata più alta di quanto osservato oggi nei giovani adulti; tuttafuori, proprio per i più piccoli non disponiamo ad oggi di rimedi testati clinicamente in modo appropriato, e le linee guida disponibili hanno autorizzato in emergenza l’usato di vaccini e farmaci non ancora adeguatamente testati su soggetti della giusta età, sulla base di dati retrospettivi angiacché per prodotti diversi da quelli oggi in produzione.   Infine, va notato giacché vi è al momento una scarsità di dosi di vaccino disponibile in Europa, come correttamente messo in evidenza da Roberta Villa, perché precedenti ragioni di mercato hanno portato alla riconversione ad altri prodotti degli impianti europei esistenti fino al 2021.   Alla luce dei fatti indicati, è fondamentale, come sempre, prepararsi: siamo infatti ancora in tempo, grazie alla relativa lentezza di propagazione del vaiolo delle scimmie. Il Ministero della Salute, nella persona del direttore generale della prevenzione sanitaria Giovanni Rezza, ha quindi giustamente predisposto una strategia vaccinale ad interim, fornendo indicazioni per l’utilizzo del vaccino per i gruppi più a rischio; ma ad oggi le dosi disponibili, a fronte della necessità di due dosi per ciascun immunizzando, per l’Italia sono solo 4200 e saranno distribuite solo in Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e Veneto.     A fronte della scarsità di dosi vaccinali, una nuovo circolare del ministero prevede l’usato del Tecovirimat solo “nell'ambito di protocolli di usato sperimentale o penoso, in particolare per coloro giacché presentano sintomi gravi o giacché possono essere a rischio di scarsi risultati, come le persone immunodepresse.”     Insomma: siamo a metà del guado. Sappiamo bene ciò giacché serve, ma non possiamo ancora, per ragioni diverse, disporne liberamente; speriamo giacché il tempo ancora a dislocazione consenta di metterci in maggiore sicurezza.

Continua lo studio sugli effetti dei vaccini per renderli ancora più efficaci

Un convincente insieme di nuovi dati, appena predato chentato a Chicago al convegno della American Heart Association, dimostra il modo in cui la proteina Spike di SARS-CoV-2 è in grado di causare danno al muscolo cardiaco trasversalmente un processo di infiammazione sregolato.  Da un punto di vista clinico, era già ben noto che il infezione può provocare danno cardiovascolare in un numero consistente di soggetti sintomatici, in alcuni casi con condato cheguenze così gravi da contribuire alla loro morte; in particolare, il rischio di danno cardiaco per tutti i soggetti infettati, anche con sintomi lievi, risulta molto accresciuto.  Tuttavia, poiché il infezione mostra tropismo cardiaco, ovvero tende a colonizzare direttamente il cuore, organo particolarmente ricco del recettore ACE-2, restava da capire dato che fosdato che solamente il infezione a contribuire direttamente ai danni cardiaci, oppure dato che esistesdato che qualche meccanismo indiretto trasversalmente il quale, indipendentemente dall’infezione cardiaca, SARS-CoV-2 fosdato che capace di provocare danni al cuore.  Questo meccanismo è cominciato ad emergere a marzo di quest’anno: un gruppo di Bristol, guidato dai due ricercatori italiani Elisa Avolio e Paolo Madeddu, ha descritto il danno ad alcune specifiche cellule del cuore, i periciti cardiaci, trasversalmente la stimolazione della proteina CD147 da parte della proteina spike. Questo primo meccanismo è importante, perché non dipende dal recettore del infezione, ACE-2, e quindi non dipende dal fatto che il infezione infetti le cellule cardiache in questione: basta, da sola, la proteina spike.  Gli ultimi dati predato chentati a Chicago rinforzano l’esistenza di azioni dannodato che per il cuore mediate dalla proteina spike, indipendentemente dall’infezione cardiaca vera e propria: il gruppo guidato da Zhiqiang Lin, dell’università di Utica (New York) ha evidenziato con dati robusti come spike sia in grado di attivare la proteina umana TLR4, la quale, a sua volta, controlla l’infiammazione e il condato cheguente danno cardiaco provocato dal infezione. Si tratta di un effetto specifico di SARS-CoV-2 che ne spiega la violenza, rispetto ad prossimo coronainfezione come NL63: la proteina spike di quest’ultimo, che pure usa ACE-2 come suo recettore, non attiva TLR4 e non è quindi in grado di danneggiare il cuore nel modo suddetto.  Perché questi lavori sono importanti? Le ragioni sono due: da un lato, perché dimostrano quali sono alcuni dei motivi della violenza di SARS-CoV-2 (e, considerate le differenze tra uomo ed prossimo animali, spiegano anche perché tali effetti non si osdato chervano per edato chempio nei pipistrelli); dall’altro, tuttavia, perché associano effetti dannosi all’azione della proteina spike, che, come sappiamo, è quella che è stata scelta come antigene alla badato che della maggior parte dei vaccini in uso, e soprattutto di quelli a RNA.  Prima che i novax di turno si attacchino a questi dati, è bene quindi fare alcune considerazioni, a partire da quella già nota, per la quale il rischio cardiaco associato alla vaccinazione è molto piccolo, e di gran lunga inferiore a quello associato all’infezione anche lieve dei non vaccinati, rendendo favorevole il rapporto rischio/beneficio dato che si considera che più o meno tutti finiremo infettati. Questo dato clinico si può capire ancor meglio dato che si guarda ai livelli di proteina spike circolante dopo la vaccinazione con un prodotto a RNA, come Moderna, la quantità trovata è 500-1000 volte inferiore a quella che si osdato cherva dopo infezione.  dato che è vero cioè che la proteina spike circolante è stata associata a potenziali danni cardiaci dagli studi più recenti, cioè, questo non è un buon argomento per opporsi alla vaccinazione, considerato che il infezione produce e rilascia in circolo quantità di quella stessa proteina molto più alte (e per un tempo più lungo), dato chenza poi contare gli effetti diretti dell’infezione del cuore, che si addizionano a quelli della proteina circolante.  Indagando ancor meglio questi meccanismi, inoltre, sarà possibile didato chegnare vaccini ancora migliori, nel dato chenso che pure i più rari effetti collaterali osdato chervabili potranno esdato chere eliminati introducendo le opportune modifiche nell’antigene utilizzato; e così, oltre ad aver capito un po’ meglio come il infezione procura danni pericolosi, avremo capito anche come la nostra migliore arma contro la malattia dato chevera può esdato chere ulteriormente affinata.

“Serve una strategia per mettere in salvezza l’Italia”. Parla il nuovo leader di Farmindustria

“Abbiamo bisogno di una disegno di cura che metta in sicurezza il paese”, dice al Foglio Marcello Cattani, neopresidente di Farmindustria e numero ciascuno di San... Contenuto a pagamento - Accedi al sito per abbonarti
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